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La luce di Enrico Grieco.

La luce di Enrico Grieco è colore, è forma, è vibrazione. E le sue continue modificazioni segnano l’immagine, la determinano, la connotano. Fotografare è scrivere con la luce, inventarsi attimo per attimo una luminosa poesia visiva.
L’immagine quando viene proiettata non ha spessore, non deve averlo; deve scivolare tra le pietre aggettanti di un’architettura e tra le pieghe di un corpo umano.
Cambiando il supporto l’immagine si stravolge, prende spessori e profondità, quella luce si insinua nei recessi del visibile.
Enrico Grieco conosce le potenzialità illimitate di un’immagine chiamata a dialogare su una superficie cribrosa o dalle morbide forme. Tutto diviene irreale, l’astrazione ancor più lirica, nuove forme e nuovi segni nascono dall’incontro tra eterea immagine e vivo supporto.
Ma la ricerca di Enrico Grieco non è solo proiezione dell’immagine. E’ anche un lavoro sulla riconoscibilità, sull’identità della fotografia. Lo scatto può testimoniare una scultura uno spettacolo teatrale, ma deve essere soprattutto un contributo all’ideazione. Non può essere confinata al ruolo di documento di una semantica plastica o confinata al ruolo di documento di una semantica plastica o drammaturgica. La fotografia è un linguaggio che ben dialoga con gli altri specifici, ma ha una forte autonomia. Non è metalinguaggio, perché la foto non deve necessariamente far seguito all’accadimento, può anticipare la realtà, può anticipare il capolavoro, può precedere la storia.

Simona Barucco



Lo scatto e il corpo

Raramente, essendone stata piuttosto rimarcata la storica affinità-rivalità con la pittura, raramente, perciò, si avverte la simpatia profonda della fotografia per la scultura. Queste opere di Enrico Grieco, costruendo l’immagine attraverso scabre sventagliate di luce e inesplorabili luoghi d’ombra, catapultando tutta l’attenzione sul corpo umano, sembrano ritessre -in un altro tempo e a rinnovate condizioni- il plurimillenario tessuto semantico della scultura come corpo concreto ed esperibile nel tempo del movimento. Non sorprende, quindi, che egli sia anche un performer, tanta è la richiesta viva e concentrata presenza di tali foto.
L’indistratta antropomorfia e la polarità tra luce e ombra (caratteri "classici" della scultura, ancor prima che nella fotografia, com’è stato ben colto da Mapplethorpe) gelano queste immagini di corpi e volti riarsi dalla vita e confinanti con una notte-ombra profonda come l’eternità e il nulla.
Si tratta evidentemente di uno spazio fortemente evocativo, si vorrebbe dire persino esistenziale se il termine non rischiasse una colpevole genericità, ma Grieco spreme dai corpi che ritrae (spesso musicisti in piena tensione performativa) tutta la loro carica vitale temporaneamente concentrata nella frazione "esisteziale" dello scatto.
Nell’idea "fissa" che sottende il progetto multimediale, Grieco utilizza un corpo femminile come campo astratto della dismisura, nel senso che su di esso sono proiettate caleidoscopiche cascate di luce, striature oltreumane che sembrano proiettarlo in una dimensione smaterializzata , che non è difficile mettere in relazione alle nuove frontiere della realtà virtuale. Ma seppur condotto ai limiti della trincea del conoscibile, resta "corpo" in tutta la sua superba immanenza e nelle variate dimensioni del suo paradossale erotismo. In tal luogo, l’inconoscibile che lo invade non scioglie, ma anzi carica la sua irriducibile natura di corpo, enfatizzando la memoria umanistica che sa ancora contenere.
Ora le tecnica fotografica alberga a pieno titolo nell’imperimetrabile territorio dell’arte, medium tra altri media, con pari rischi ed eguali opportunità. E’ probabilmente in forza di tale consapevolezza che un artista come Grieco è in grado di condurla ben oltre ogni carattere di testimonianza e di memoria. Essendo la vitalistica presenza dell’uomo, hic et nunc, il principale motivo del fascino di queste opere e del loro significato.

Enrico Mascelloni

 

Impronte senza negativo
 Massimo Bignardi


 C'era da aspettarselo che, prima o poi, Enrico Grieco avrebbe fatto varcare alla sua esperienza di fotografo la soglia del disegno, dell'acquerello, ossia avrebbe spinto le immagini lasciate dall'impronta del negativo, verso il territorio della pittura. Ci aveva abituati, fino a qualche tempo fa, al suo rigore di attento "architetto" della luce, capace di costruire, dapprima con l'obiettivo della macchina fotografica, poi con l'intermediazione dell'ingranditore, lo spazio di una finestra che apriva il suo sguardo a scritture di luce o, meglio, animava il fertile piano dell'emulsione fotosensibile della carta fotografica, giostrando sui tempi di posa (di esposizione), sulla temperatura del bagno, ma anche speculando sull'accidentalità e sull'imprevisto. Insomma, senza dilungarci, aveva accolto l'auspicio di Benjamin che, nella chiosa della sua sempre utile piccola storia della fotografia, suggeriva alla contemporaneità di "afferrare immagini fuggevoli e segrete, il cui effetto di shock blocca nell'osservatore il meccanismo dell'associazione". Enrico nell'arco di oltre venticinque anni, è da tanto tempo che ci frequentiamo quasi con assiduità, ha messo a registro un lavoro che, sulla scia di un nuovo rapporto costruito dalla fotografia nell'ambito dell'esercizio creativo contemporaneo, si è posto come riflessione sullo spazio, sulla figura, sul loro articolarsi tra piano, superficie e senso plastico, senza, però, scivolare (o meglio cedere) a quell' "alleanza con la moltitudine", monito con il quale Baudelaire tentò, nel suo Salon de 1859 , di bollare la nuova arte. Enrico ha posto in primis, come progetto della sua esperienza, il fondamento di un'immagine vissuta come impronta della realtà, che non è solo quella del referente: in tal senso va letta quella serie di scatti che documentano lo studio di Angelo Casciello a Realvalle, calibrati a trascrivere la dimensione mentale di uno spazio, nel quale si smuove una luce che leviga le pareti per ospitare in esse le tracce delle opere dello scultore. Oppure la sensualità dei suoi portraits de femmes, spinti sul filo di una surrealtà dominata da un caustico erotismo o, anche, gli attraversamenti di territori antropologici, come le immagini degli "scenari siciliani". Ora, in questa serie dedicata a Vitulano, l'esercizio della fotografia è circoscritta alla sola ripresa di scenari, di angoli, di dettagli di segni della storia che abitano la quotidianità del luogo. Enrico ha volutamente rallentato il tempo al suo sguardo di "ripresa", in pratica si è disposto ad interpretare la sostanza delle forme che si incuneano sulle pareti porose delle case, nell'intonaco che scava i grigi alla luce, la stessa che modella e ritma il ciottolato dei cortili ed articola i piani dei vicoli che, gradino su gradino, conducono al cielo. Al di là delle pareti e dei muretti a secco il vasto orizzonte della piana del Taburno, graduata verso l'infinito dai profili delle montagne, ridotte a sagome colorate che si sfumano come esercizi di acquerelli. L'artista fa tutto ciò sottoponendo l'immagine - fermata dal "fotogramma digitale" -, alle successive manipolazioni del software, vale a dire riscrivendo i valori del chiaroscuro, dei colori, della luminosità accentuando - è palese in alcuni paesaggi - la sua vocazione ad aderire alla pittura. Rinunzia al processo dell'ingranditore per servirsi della capziosità della stampa digitale eseguita su carta Alcantara; una carta ruvida e porosa come fatta a mano che conserva ancora il taglio del coltellaccio e, al tempo stesso, le irregolari sbavature del setaccio. Enrico specula su tale capziosità per restituire all'immagine fotografica la sua natura d'impronta della vita.