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Una performance
di Enrico Grieco e Salvatore Abramo inaugura la mostra "Round
midnight"
Una luce gialla
con riflessi arancioni si riverbera sul musicista Salvatore Abramo
che con gesti puntuali e decisi, è intento a sistemare i fogli
sullo spartito e a tirar fuori il suo sax dalla custodia. Ma poi lo
strumento, invece di essere impugnato per suonare, viene appoggiato,
a sorpresa, sul piano della consolle, abbandonato, sia pure
vistosamente, in un angolo e proiettato in una dimensione nuova,
straniante da una luce verde, nel silenzio cui stavolta è stato
destinato sfrontatamente. Un po' più lontano, su una parete
laterale, le foto di musicisti che compongono la mostra intitolata
"Round midnight" e realizzata da Enrico Grieco, ideatore
della performance cui Salvatore Abramo darà corpo e voce.
Ora lo spartito
non ospita più note musicali, ma brani tratte dalle biografie di
musicisti come Charlie Parker e Charles Mingus. Il pubblico dell'
"Around Midnight", locale jazz di Napoli, già sorpreso da
quel sassofono muto, ascolta con attonita meraviglia. "I cinque
musicisti erano schiacciati dall'immensità dello studio col suo
altissimo soffitto a volta… Charlie stava seduto là su di una
sedia di metallo…"- comincia Abramo, leggendo un passo di
Ross Russell in cui Parker, colto in una gigantesca quanto asettica
sala di registrazione, appare cristallizzato nell'amarezza dei mesi
trascorsi in California, nella fluttuante condizione dell'essere
svuotato di sé, drammaticamente proteso sul vuoto che si apre in un
incubo senza fine mentre le note del suo sax trasudano di angoscia
psichedelica. Un crescendo drammatico è il pezzo successivo, tratto
da "Peggio di un bastardo" di Charles Mingus in cui si
avverte la tragica sequenza di un investimento consumato sotto gli
occhi di familiari, conoscenti e bambini in un quartiere negro, un
intreccio di voci rabbiose nella spasmodica ed esasperata
rivendicazione di un diritto negato, la composta disperazione di una
moglie china sul marito agonizzante, la fatica di un reverendo nel
contenere gli animi esacerbati dall'ingiustizia canalizzandone
l'energia verso una spiritualità intrisa dell'originario ethnos
africano. Il senso di ineluttabile tragicità che conclude
un'esistenza si trasmette nel terzo brano letto nel corso della
performance, che descrive la morte di Charlie Parker, il ritmo
accelerato di un film, quello della sua vita, che scorre in un
rapidissimo flash all'insegna della più forsennata sregolatezza tra
sesso, droga, alcool, violenza e lavoro sfibrante, fino alla
dettagliata lentezza degli attimi estremi quando il fragore di un
tuono squarcia il silenzio della notte così come si diceva che
fosse accaduto nel momento della morte di Beethoven.
La crudezza dei
brani scelti si concentra in grumi di angoscia che producono un
continuo effetto di straniamento, cifra essenziale della performance
ribadita dalle foto di Enrico Grieco che sono altrettante sequenze
di un metaracconto essenzialmente costruito sulla concentrazione
drammatica. La 'lettura' di queste foto è come di consueto
rallentata dall'ombra all'interno della quale l'immagine dei
musicisti fotografati si staglia grazie ad incrostazioni di luce,
secondo diverse modulazioni che per analogia fanno pensare alle
morsure che generano i segni nell'acquaforte. Così con soli quattro
brevi fendenti di luce,
Grieco ci restituisce il volto spigoloso e malinconico di Zane
Massey, con uno solo appena il profilo pensoso di Toninho Orta, le
dita morbide che affondano dolcemente sulla chitarra. E' sempre una
sapiente gradazione di contrasti luminosi a far emergere la calda
energia del sax di Antoine Roney, in un gioco che ne scolpisce la
montuosità a partire da una tempia su cui si abbatte la luce
illuminando una vena pulsante da cui si irradia il movimento che si
trasmette al corpo, tutt'uno con lo strumento. E sono sempre delle
striature luminose variamente frastagliate a sottrarre alla penombra
il batterista Elvin Jones in un fotogramma in cui l'intensità
espressiva è pari solo all'ambiguità di senso, con un'immagine
sospesa tra un abbandono estetico o una rabbia strozzata. Se la luce
ha un ruolo fondamentale nella costruzione del significato delle
immagini, permane tuttavia il senso di un'irriducibilità semantica
che attraverso slittamenti continui moltiplica le possibilità di
significazione ponendo lo spettatore in un persistente stato di
tensione emotiva che sfalda ogni certezza.
L'unica vera
certezza è che il significato non è lineare ma espanso e che è da
ricercarsi sulla base di frammenti cioè di particolari più o meno
consciamente selezionati nell'atto dell'osservazione e ancor prima
selezionati dall'artista nella creazione della foto. Nonostante le
apparenze, anche la ricezione della performance è complicata dagli
stessi problemi. L'intelligibilità dei brani letti è infatti
precarizzata da diversi fattori. Innanzitutto l'effetto-sorpresa del
musicista che mentre sembra accingersi a una consueta esibizione
musicale, si mette a leggere invece brani di cui non vengono
indicati i testi che li includono. A ciò si aggiunge la mancanza di
un'impostazione attoriale da parte del performer per cui l'ascolto
di una lettura non piana ma accidentale, con modulazioni spontanee,
cadenze enfatiche ed accelerazioni che corrispondono a un timbro
assolutamente personale, finiscono col privilegiare segmenti di
testo che imprimendosi nella memoria dello spettatore slegati come
sono costituiscono altrettanti barlumi di significato.
Come per le foto
anche in questo caso ci sono unità minime di significanza, molte
delle quali selezionate grazie a codici condivisi dal
performer-artista e dal pubblico, che se da una parte illuminano i
processi di significazione, dall'altra generano anche ombre, domande
senza risposta in un gioco che mira a stimolare la reattività
inconscia dello spettatore. In ciò rivelando la frequentazione del
teatro della persona di Walter Manfrè e la centralità del
sodalizio intellettuale che lega Grieco al regista siciliano. La
performance è d'altro canto il momento topico dell'aggregazione tra
linguaggi e codici prima ritenuti irrimediabilmente distinti. Un
esempio è rappresentato dalla definizione che Thelonious Monk dà
della musica che, sostituendo la parola 'musica' con 'immagini', può
essere tranquillamente attribuita alla fotografia di Enrico Grieco.
"Quella musica densa e rude, angolosa e cupa, illuminata da
sinistri bagliori, quella musica stravolta, tesa,
inquietante…".
"Round
midnight" suggerisce un ultimo rilievo. Le foto di Enrico
Grieco e l'intervento di Salvatore Abramo trasmettono emozioni
musicali, comunicando qualcosa a proposito di musica e musicisti
jazz senza produrre una sola nota. In ciò sembra di poter rilevare un'ansia del non detto, del
ricercare anche negli aspetti più tragici e dolorosi ciò che è
nascosto sotto le coltri dell'apparenza, che ha una consistenza
etica ed ideologica ben più pregnante del gusto postmoderno per
l'effimera giocosità delle sue consapevoli finzioni.
Monica
Citarella
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