| motivazione artistica del film |
Una storia minimale, potrebbe sembrare. Con un po' d'ambizione, però: nel suo piccolo, vuole toccare grandi temi. Una allucinata infelicità infantile, innanzitutto. L'infanzia come terra vergine in cui ogni seme produce abnormi vegetazioni: una madre, che allatta un fratellino, sembra aprire nella vita paurose voragini di solitudine; un padre, che tarda a venire, sembra preannunciare catastrofi universali. Un'immaginazione, che non si è ancora creata dei limiti. Un mondo in soggettiva, come può vederlo un bambino. E un bambino il mondo non lo vede con gli occhi soltanto. Lo vede anche e soprattutto con il desiderio, una sorta di deformante grandangolo. Ovviamente (salvo pochi casi) non useremo grandangoli. Il grandangolo sta nella struttura del racconto. Il tema di questo racconto è appunto il desiderio, che proietta gli oggetti amati in una realtà fittizia, per meglio possederli. C'è un'età nella vita, in cui ogni uomo desidera una madre e vuole uccidere il padre. Censurato e impotente, ognuno scatena la sua fantasia su interposte persone e così si proietta in testa il Primo Film. L'impercettibile ronzio di quella proiezione lo accompagnerà tutta la vita; se presterà ascolto, lo ritroverà sotto ogni frase di amore o di odio, che gli capiterà di dire. Ma il desiderio è un sentimento, come la colpa, la gelosia, l'odio,la vendetta: a differenza delle idee, non può essere astratto. Qui, dunque, non si parlerà di Freud o di Melanie Klein, ma di quello che ha sentito un piccolo abitante di questo paese, passato dagli ultimi fuochi di una cultura ancora dialettale, piena di particolarismi e di chiusure, a qualcos'altro, probabilmente migliore, ma con meno profumi. E quello che lui ha sentito forse è sepolto anche nella memoria emozionale di molti suoi connazionali e coetanei: saranno questi, adesso, a dover proiettare, nel ventre buio della sala, il loro desiderio della finzione di un film, che vorranno credere vero. Questo film è stato pensato in bianco e nero. Sacrosanti i gusti del pubblico e sacrosanta anche l'opinione di chi vede nel bianco e nero, oggi, una troppo esibita volontà di stile. Chi produce qualcosa da vendere ha l'obbligo morale (e ovviamente anche economico) di tenere nel massimo conto gusti e opinioni di chi compra. Ha, però, un altro obbligo morale (alla lunga anche economico): quello di tenere in altrettanta considerazione anche la storia di chi compra, il suo paesaggio culturale, la sua memoria. Il cinema italiano è stato grande quando ha mostrato una realtà in bianco e nero, cioè un paese povero (povero di qualcosa e ricco di qualcos'altro), che si voleva raccontare con scrupolo fotografico, eppure con appassionata aderenza civile, morale e umana. Il neorealismo metteva in parentesi l'occhio che guardava. Fellini metteva in primo piano l'occhio che ricordava. Oggi bisognerebbe essere così bravi da mettere insieme la capacità di riprodurre la realtà e la consapevolezza della falsificazione, insita in questo, come in ogni altro, rispecchiamento. Spesso l'arte, per amore di sintesi, di rigore, di pathos, nega ricchezze al suo linguaggio (siano esse colori, aggettivi o preziosismi). E tuttavia è difficile sostenere che il Gesù di Pasolini (tra i Sassi di Matera, capitale storica della miseria) sia meno ricco di quello di Zeffirelli. Pur essendo a colori, dunque, questo film si negherà molte cose. Innanzitutto si negherà la comodità degli studi, dove si guida come sulle autostrade: non ti troverai mai in mezzo a un gregge di pecore, lì, ma i formaggi tipici degli autogrill odorano sempre di supermercato. E allora si faranno locations a lume di naso, per così dire: si fiuterà un paese dove si senta ancora odore di formaggio (o di qualunque altra buona cosa: vanno bene anche le puzze purchè non vengano da un tubo di scappamento). Vorrà, finchè possibile facce senza nomi, ma sulle quali si legga molta storia (e non le storie dei rotocalchi). Alla fotografia chiederà due cose: di montare l'obiettivo della nostalgia (quello che ci mettiamo sul naso quando guardiamo le vecchie foto di famiglia) e di badare bene a quanto siano importanti le ombre (quanti segreti nelle ombre!). I colori andranno tutti spolverati di vecchio, di lontano: c'erano una volta, anch'essi. Abiti, pareti, perfino i giocattoli. E in ogni inquadratura si cercherà un dettaglio, magari di sfondo, che sia in qualche modo inquietante o minaccioso, raccapricciante o delirante: una testa di pollo, che spia il protagonista; una dentiera, in un bicchiere illuminato; un'anguilla tagliata viva... Il dolore e il mistero come possono apparire a un bambino. E la pietà per le (proprie) vittime, che egli forse non sente. |
| Giuseppe Rocca |